home
oggetti
materiali
eventi
soggetti
contatti
home
oggetti
materiali
eventi
soggetti
contatti
Portfolio Cinetico

Scena Muta

Stati Generali
della Danza


[Questa non è
una (s)piegazione]


[Questa (non) è
un’intervista]


cinetico4.4

Intervista
Danza&Danza


Interviste
intermittenti


Obscene
Obseen


Ci sarà bisogno
di una lente




Interviste intermittenti


di:
Giulia Cabianca

da:
occhiaperti.net


Il CollettivO CineticO è composto da gruppo di ragazzi che sviluppano progetti di ricerca sulle arti performative. In particolare approfondiscono il progetto centrale della compagnia, cioè "C/o": uno studio coreografico decennale che si concretizza in performance, ludiche e non, e spettacoli per il teatro portati in giro per l’Europa. Frammenti sparsi nel tempo e nello spazio ma uniti dall'idea comune di analizzare luoghi-altri del teatro. Spagna, Polonia, Olanda sono solo alcuni tra i Paesi che li hanno ospitati.
Quella sera bighellonavo da Zuni, circolo Arci di Ferrara che spesso propone concertini ed eventi, quando assistetti, per poi partecipare, ad una performance del CollettivO CineticO. Sempre quella sera nacque l’idea di intervistarli. Tutti. Un'intervista per ogni membro. Non avevo fatto i conti, però, con i loro numerosissimi impegni e mi ritrovai a diluire il lavoro in circa un mese di tempo; tra un'intervista e l'altra, infatti, si sono succeduti viaggi all'estero, spettacoli nuovi e feste nazionali. Conclusa la raccolta del materiale, vivevo come in un fumetto: mi portavo sempre appresso un enorme punto di domanda sopra la testa. Come sintetizzare il tutto?

E’ vero, mi sto giustificando con voi lettori, ma al tempo stesso vi propongo un compromesso: un modo sperimentale e interattivo di includervi nel conoscere questa compagnia. Mano a mano che si arricchiva la mia conoscenza sul collettivo mi resi conto che i risultati delle loro ricerche possono essere applicate a qualsiasi campo. Anche alle loro stesse interviste. Ogni loro performance, infatti, è un frammento del progetto "C/o" più ampio e decennale. A più spettacoli si partecipa, più si comprende l'idea globale. Ecco: ognuna delle quattro interviste, come un frammento, si risolve in sè per ogni soggetto intervistato, con la sua storia personale e peculiare, ma correlandolo alle altre permette di comprendere al meglio l’intera loro ricerca. Non me ne voglia a male il lettore se l’ho incastrato in questo gioco. Ma quale modo migliore di conoscere un’idea avendo esperienza di un’applicazione di essa piuttosto che leggerne la mera descrizione?




#1: Nicola Galli

[ 28/11/2011 ]
www.occhiaperti.net/index.phtml?id=8254


Il primo incontro è con Nicola Galli: un Piccolo Principe iperattivo, con i capelli biondi e spettinati. Gli mancano il cappotto blu e la cintura dorata ma in compenso possiede un paio di occhiali da esploratore di mondi non poco invidiabili! Pochi giorni prima avevo assistito ad una performance chiamata "I x I No, non distruggeremo il circolo Zuni di via Ragno 15" all'interno di un locale ferrarese: tre performer bendati si prestavano come bambolotti a misura d'uomo ad esser telecomandati dal pubblico. Erano muniti di mazze da baseball alquanto kubrickiane. Il pubblico disponeva di una tastiera ma non del libretto d'istruzioni ed aveva trenta minuti per decifrarne il codice.

Nella performance "I x I No, non distruggeremo il circolo Zuni di via Ragno 15" con quelle mazze e così bendati potevate veramente distruggere qualcosa.. Al circolo Zuni, c'erano bicchieri... So che l’avete ripetuta anche in altri luoghi, non è mai successo nulla di imbarazzante?

“E' stato molto più particolare quando lo stesso spettacolo è stato realizzato nelle case private: in casa di Silvia Fanti siamo entrati già bendati e non avevamo la visualizzazione mentale della stanza. E' stato divertente: c'era una cristalleria! Ma non si è rotto nulla, il titolo è appunto: non distruggeremo. Un aspetto interessante è stato che, nonostante la mancanza della vista, siamo riusciti a capire la disposizione dell'arredamento”.

Dal punto di vista del performer non è alienante o pericoloso permettere ad altri di decidere sul proprio movimento in un luogo pubblico? Cosa percepisci ad esser nelle mani di altri sconosciuti?

“Vero, è stata spinta al limite l'interazione con il pubblico che, così, è diventato autore. Ho percepito un costante tremolio, ma mi tranquillizzava sapere che non ero io il responsabile delle mie azioni. Infatti tra i concetti analizzati con la performance c’è anche la frammentazione della responsabilità autoriale. Chi è autore e quindi responsabile di ciò che accade? Noi, il pubblico o il titolare del locale? Le situazioni che si vengono a creare, poi, sono differenti a seconda del luogo: una libreria, un bar, una casa privata... A seconda della circostanza si coglie anche l'antropologia del pubblico: lettori intellettuali, ragazzi al terzo bicchiere di vino... A Sant'Arcangelo il pubblico si era coalizzato per farmi cadere addosso degli oggetti, tra cui elmi di ferro. Ad Angelo una donna dava dei baci. Interazione è anche questo, non solo dare comandi tramite la tastiera. E' interazione perché il pubblico si lascia più andare, ad esempio commenta ad alta voce”.

Come hai conosciuto gli altri del Collettivo Cinetico?

“Ho conosciuto Andrea Amaducci tramite il teatro Nucleo, dove ho studiato linguaggio dell'arte scenica e danza contemporanea. Mentre Francesca Pennini l'ho vista in uno dei primi spettacoli del suo progetto C/o, l'ho rincontrata che ero in quarta, forse quinta superiore, quando ha presentato il suo lavoro Eye Was Ear con cui ha vinto il GD'A, concorso che premia i Giovani DanzaAutori. Siamo rimasti in contatto telematicamente, m’interessava la sua ricerca, c'erano delle immagini che corrispondevano a idee che anch'io avevo nella mente per il progetto MdV, che porto avanti separatamente. Poi ho partecipato ad un'audizione, lei cercava performer uomini per portare avanti il progetto C/o. Infine il percorso comune ha raccolto gli altri”.

E' la prima compagnia cui partecipi e sei giovane, come ti trovi?

“Sì effettivamente è strano per me parlare di accademie e audizioni. Non ho avuto un percorso accademico, né regolare. Ho avuto una formazione più sportiva che danzereccia. Sono in continua crescita. La scelta di fare il performer è decisamente diversa da quella di collaborare come autore, anche se inevitabilmente il rapporto d'amicizia che oramai si è creato, permette a noi performer di apportare il nostro punto di vista. Non ho mai fatto parte di altri gruppi di danza, ho iniziato con il CollettivO CineticO che avevo vent'anni. Fare parte di una compagnia non era nemmeno tra le mie priorità, mi interessava avvicinarmi al pensiero di Francesca, mi fa ridere ora che ci penso, come poi si siano evolute le cose”.

Com'è il rapporto tra il tuo progetto MdV, Metamorfosi del Vuoto, e il Collettivo? Come riesci a dedicarti a entrambi?

Sono molto assorbito dal lavorare in una compagnia, dalla possibilità di confrontarsi, di poter avere delle persone a disposizione per provare delle immagini anche a perdere. Le riflessioni sulla liquidità, cioè il progetto MdV, convivono necessariamente e si alimentano intersecandosi. Sono contento”.

Prossime realizzazioni?

“Con MdV sto portando avanti Informazione Liquida, un esperimento online. Tutto MdV si basa sulla liquidità, in questo caso sulla rarefazione delle parole ma inevitabilmente anche sul loro ricompattamento. Lo scopo è, per il pubblico, riuscire ad accedere a un testo completo tramite internet. Testo del quale permetto la fruizione solo di un frammento volta per volta.
Con il Collettivo invece, il prossimo progetto è *{titolo futuribile}, debutterà a Romaeuropa Festival ma non ti posso anticipare nulla!".

Come definiresti il lavoro del collettivo?

“Estremamente compatto”.

E questa definizione m’incuriosì, come può essere compatto un lavoro che per sua natura si frammenta in mille performance in giro per l’Europa? Evidentemente c’era un concetto sottostante che non ancora del tutto chiaro. Sapevo che intervistare gli altri membri del gruppo, avrebbe fatto combaciare un po’ di più i pezzi del mosaico. Quindi mi misi d’accordo con Angelo Pedroni per l’intervista successiva. In fondo, mi sono sempre piaciuti i puzzle.




#2: Angelo Pedroni

[ 05/12/2011 ]
www.occhiaperti.net/index.phtml?id=8264


Angelo Pedroni, detto Pedro dagli amici, è un "Achille piè veloce". Lo aspettavo in piazza Trento Trieste e arrivò in un batter di ciglia dall'altro capo della piazza. E come Achille combatteva nudo, anche Angelo non ha imbarazzo nel trovarsi senza vestiti sul palco. Un “homo scaenicus”, Aristotele lo definirebbe così. Mentre Foucault per quanto apprezzerebbe l'interesse di Angelo per il suo pensiero, lo invidierebbe, data la foltezza di barba e capelli di cui il filosofo era decisamente sprovvisto.

Sei molto naturale sul palco, sembrerebbe che da anni ti dedichi a spettacoli davanti al pubblico. E’ così?

In realtà mi sono esposto poco al pubblico in vita. Quand'ero bambino ho seguito alcuni corsi di teatro, ma non mi esibivo. Nell'ultimo anno e mezzo però, sono stato in scena un quantitativo innumerevole di volte. Finora è stato un carambolare ma in generale il rapporto è molto naturale, non mi provoca un disagio o uno stato alterato".

Qual è la tua esperienza prima di approdare al Collettivo Cinetico?

"Provengo da studi filosofici e matematici, poi ho cominciato a lavorare come tecnico per il teatro. Infatti ho seguito un corso a Verona ed ho la specializzazione in light designing, cioè nella figura del datore luci. Ho avuto un primo contatto con Francesca Pennini ed Andrea Amaducci nell'estate del 2009 perché lavoravo a Bassano presso Opera Estate e loro vi partecipavano. E la cosa inizialmente finì lì. Avevo già visto Francesca, l’attuale coreografa del gruppo, l'anno precedente quando mise in scena Eye Was Ear, ma solo nel gennaio 2010 sono stato assunto come tecnico del collettivo. Nei mesi precedenti avevo collaborato con la compagnia Laminarie, in occasione dell’apertura della loro sede operativa chiamata 'DOM La cupola del Pilastro'. Francesca poi mi chiese di partecipare alle classi di danza che si svolgevano alla mattina e dopo poco cominciai a lavorare attivamente come performer. La mia formazione scientifico-filosofica e l'adesione agli approfondimenti di Francesca su Heisemberg ci avvicinò".

Dell'affinità con Francesca quindi galeotto fu Heisemberg?

"Sì, Heisemberg e il suo principio di Indeterminazione su cui Francesca indagava per il suo The uncertain scene con cui ha vinto il bando di produzione Focus on Art and Science in the Performing Arts nel 2010. Anche Foucault e le sue eterotopie, ma di questo te ne parlerà lei... Era interessante analizzare tramite Heisemberg il rapporto scenico. Ovvero cercare di capire quanto è possibile agire sui parametri di scena come il pubblico, la sua posizione, il luogo del teatro, l'aspetto pubblicitario, il performer o l'autore. Ci chiedevamo se si potesse rendere la performance permeabile a queste variabili".

Un esempio?

"Svolgemmo un esperimento a Lubiana. Noi eravamo dietro una scrivania in quattro, lei aveva cinque argomenti da trattare in ordine. Ne parlava senza aggiungere informazioni, ripetendo sempre lo stesso concetto, magari variando le parole ma senza aggiungere nulla di nuovo. Quando osservava nel pubblico una decadenza dell'attenzione cessava di parlare di quell'argomento e ne iniziava un'altro. Il quinto argomento era la spiegazione dell'esperimento e fu interessante notare come l’attenzione non scendesse più".

Quindi i vostri spettacoli non nascono come spettacoli bensì come ricerche da applicare ad altro?

"Esatto, come delle applicazioni per il teatro, ma non solo".

Nicola ha definito la performance di "I x I Non distruggeremo…" un ottimo esperimento antropologico, dal tuo punto di vista come hai percepito il pubblico?

"Si possono creare delle situazioni di microsocietà. Ad esempio una parte del pubblico voleva far cadere Andrea da un piccolo palchetto, il resto ha invece cercato di sorreggerlo. Di volta in volta la conformazione del pubblico esprime una volontà, non sempre distruttiva, a volte sabotativa, altre compositiva, è difficile generalizzare".

Progetti personali paralleli al collettivo?

"Ho studiato come operatore shiatzu. Anche questo è un percorso che va ad intersecarsi con quello del gruppo poiché stiamo iniziando una elaborazione del movimento a partire dai principi dello shiatsu".

Quale altra compagnia stimi e ammiri? Per quale motivo?

"Credo che gli spettacoli siano solo dei 'momenti di un pensiero' di una compagnia di danza, non 'il pensiero' interamente preso. Questo si esprime invece nel progetto globale. Quindi ammiro molto le compagnie che permettono l'accesso al loro pensiero tramite questi 'momenti'. Ho visto solo tre spettacoli dei Kinkaleri e mi han cambiato la vita. In particolare Alcuni giorni sono migliori di altri. Fantasmi da Romeo e Giulietta. Sono destrutturanti, espliciti, non narrativi e criptici. Purtroppo non sono riuscito a vedere alcuni lavori che per loro sono più significativi. Per il resto mio padre mi portava a vedere molti spettacoli da piccolo, ricordo quella volta che mi portò a vedere Pina Bausch ma ho pianto tanto perché volevo andare via... ".

Come definiresti il tuo fare parte del Collettivo Cinetico?

"Partecipo per concretizzare dei pensieri che difficilmente renderei concreti. Quando ho incontrato Francesca ho trovato una sintesi di parte dei miei percorsi che non avevano mai avuto una definizione. Con il Collettivo i miei studi filosofici e quelli matematici, nonché la mia esperienza come tecnico si sono incontrati. Inoltre seguire un progetto artistico dona un piacere enorme".



Se tutti riuscissero a vivere anche solo qualche anno della propria vita sfruttando a pieno tutte le competenze e i percorsi pregressi, probabilmente ci sarebbe un miglioramento immediato della qualità della vita dell'intero globo terrestre. Personalmente ammiro molto come Angelo ci sia riuscito. C'è chi crede nel destino, chi nel caso, chi nella propria forza di volontà, se credere anche negli gnomi può servire a raggiungere lo scopo, vi consiglio vivamente di farlo. Ne servono di più di persone così.




#3: Andrea Amaducci

[ 05/03/2012 ]
www.occhiaperti.net/index.phtml?id=8338


Andrea è un quadro di Dalì, è come quell'orologio piegato che non si capisce perchè e come possa funzionare ma funziona. Quella realtà che si sa che esiste ma a cui è difficile credere. Potrebbe camminare sul soffitto, tanto vive di una gravità tutta sua. Difficile leggere il Collettivo Cinetico tramite il filtro dei suoi occhi. Lui da solo è un collettivo! Difficile vedere il mondo in generale tramite il suo punto di vista. La volta che l'ho intervistato fu come aprire il baule dei ricordi di quando sei piccolo cercando una cosa in particolare e finire per passare una giornata intera per non ricordare per quale motivo l'avevi aperto.
Pittore, disegnatore, addirittura doppiatore vive in una casupola la cui entrata è già piena di colore e di quadri, dipinti nel suo tipico stile pop. C'è anche una pianola anni Ottanta. Sparse qui e là ad asciugare, copertine di vinili che con pazienza infinita stava colorando. Mi spiega che si tratta di una collaborazione con una casa discografica, la HellYeah, per duecentocinquanta copie dipinte a mano in edizione limitata. Pezzi per collezionisti. La conversazione si prospetta già come un dialogo pieno di link, impossibile da incasellare: ogni argomento ne apre un altro. Riporto solo qualche piccolo stralcio.

Come si è evoluto il rapporto con Francesca e il Collettivo? Siete stati da poco in Spagna al Festival’Escena Poblenou, com’è andata?

"Mi piace vedere personalmente come cambiano le relazioni. Tenevo una classe di acrobatica quando ci siamo conosciuti: alcune persone le conosci da giovanissimo e poi diventano compagni di cammino. A Barcellona ad esempio è stato bello in Spagna si sta bene, ho avuto l'impressione che gli spettatori abbiano ricevuto qualcosa di nuovo".

Non esistono realtà simili nel panorama performativo spagnolo? Con che mezzo vi siete fatti conoscere?

"Probabilmente non esistono realtà che mescolano gli elementi utilizzati dal collettivo. C'è molta più arte di strada. Molti ci hanno conosciuti sul web ed è stata una soddisfazione!".

Anche tu ti sei definito un ragazzo di strada però! Come vedi te stesso nel collettivo?

"Certo! Sono un ragazzo di strada, alla vecchia! Il Collettivo Cinetico non mi ha cambiato, è il contenitore di una multi-stratificazione di esperienze che ho vissuto e vivrò. Riflesse nella mia vita queste esperienze si collegano l’una all’altra e mi fanno gestire meglio le situazioni operative. Nel collettivo ora, una volta che decidiamo di lavorare in una direzione, le abilità tecniche acquisite - dal bricolage all’usare una saldatrice - mi permettono una maggiore operatività. Ad esempio costruisco da me le scenografie. Già da piccolissimo, fuori dal ristorante dei miei genitori c'era un bancone enorme con tutti i pezzi da idraulico, viti e bulloni ed io assemblavo continuamente. Nel teatro ho finito per occuparmi anche di scenografie, ed ora dentro al Collettivo Cinetico".

Sono conosciuti i tuoi Alien, sparsi per la città di Ferrara e non solo, altri lavori?

"Ho disegnato copertine di album. Uno degli ultimi è Back to the New Roots, un album di cover jazz. Ho lavorato tanti anni per il teatro Nucleo e tutt’ora collaboro con il carcere, per laboratori teatrali con i detenuti".

Sembra che dentro a questo esemplare umano vi siano mille altri uguali a lui, è quasi impossibile credere che riesca a fare così tante cose insieme ed al tempo stesso analizzare come tutte queste esperienze si influenzino.

"Non analizzo spesso, vivo e lavoro e in continua esperienza diretta di scambio…. tic tac tic tac.. un lavoro, po un altro… ho poco tempo per fermarmi. So di per certo che il mio lavoro personale è consolidato e che c’è un bel filtro di scambio tra questo e il Collettivo".

Sei conosciuto anche all’estero per quello che fai, quindi! Sei famoso!

"Non è fama internazionale, è fame. Bisogna stare attenti al contatto con il “fuori”: è importante evitare certi canali perchè è inevitabile che più il canale è grosso più è corrotto. Ho difficoltà nell'interazione con i "sistemi". Ho difficoltà di costanza, ma è quella sana incostanza che mi spinge a diffidare dei grandi sistemi. I poteri politici incastrano e l’interesse a creare si perde in un magna magna inutile".

Da quando hai iniziato a sperimentare l’atto performativo e a studiarlo?

"Già quand’ero piccolo al ristorante dei miei mi divertivo a fare spettacolini per i clienti. Poi, più grande, anche se non in modo così scientifico come avviene nel Collettivo, ho sempre sperimentato piccole cose, come fingere telefonate alla fermata del tram. Sono performance anche quelle, per me sono stati esperimenti sulla forma della performance. Mi hanno permesso di fare teatro e di avere una visione più completa. Al supermercato, nei centri sociali, in casa e nei club dai 18 ai 25 anni ho sperimentato tutto quello che di più stravagante c’era".

Intanto mi mostra una vecchia foto con alcuni amici. Il capo d’abbigliamento più sobrio era color blu elettrico..

"Vedi? Non c’erano limiti, ci si divertiva e avevo capito che si poteva giocare e indagare modi e forme di performance improvvisate e non. E’ importante poi nel percorso di un artista continuare a giocare".

Influenze esterne? Quale danzatore o artista è la tua musa attuale?

"Tra i coreografi mi piace molto William Forsythe. Disegna nello spazio con il movimento, rette, volumi, cilindri come in una partitura grafica. E’ danza pura senza trucchi. Un bel trip grafico-movimentale. Poi Saburo Teshigawara per il quale danzare è “giocare con l’aria”, ma mi piacciono anche ragazzi di strada che vedo sul web. Mi piace definirli personaggi "ibridoni". Non hanno studiato ma tra un passo di breakdance e l’altro senza volerlo aggiungono movimenti di danza contemporanea. E’ pazzesco. E’ un modo strano, quasi tribale di usare il corpo. Ammiro la profondità tecnica di un violinista della Mahler ma anche chi ad un altro livello, magari non studiando metodicamente otto ore al giorno, raggiunge un'intuizione artistica. E questo può capitare, che ne so, ad un violinista barbone della Camargue".


Ci vorrebbe una biografia su Amaducci, non un'intervista. Un bel librone, con tante immagini, a colori. Perché i colori di Andrea lo descrivono molto, più di tante parole. Diretti quanto lo è lui che piaccia o meno. A volte è difficile focalizzare bene ciò a cui si riferisce parlando, ma ciò capita perché è molto più diretto di chi usa mille filtri per farsi conoscere. E lui essenzialmente è ciò che fa. Non servono altre parole.




#4: Francesca Pennini

[ 07/04/2012 ]
www.occhiaperti.net/index.phtml?id=8379


Come nelle saghe più acclamate l'ultimo episodio è il risolutore, così anche quest'ultima intervista chiarisce il significato delle altre e le completa. A volte l’ultimo episodio tratta dell'antecedente, come nei prequel di Star Wars. Si può dire che questa intervista sia il prequel che spiega l’antefatto logico. Effettivamente, tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana incontrai Francesca Pennini, una terrestre immersa nello studio della variabilità umana fino all'ultimo ciuffo di capelli. E' da lei che nasce l'idea del Collettivo Cinetico.

La sua mente è un universo nel quale ogni idea fa parte inevitabilmente di più di una costellazione, l’impressione è che Francesca, assieme ad Andrea, Angelo e Nicola cerchino di mappare e concretizzare questi legami interstellari in vari esperimenti umani.

Partiamo da una domanda semplice, quanto mai banale...da dove nasce il nome “Collettivo Cinetico”?

"Il nome è nato in modo estemporaneo! Volevo che ci fosse una pulizia di definizione e che fosse descrittivo. 'Cinetico' è stato scelto perché il focus è sul movimento e perché il gruppo stesso è mobile, non è fisso con le stesse persone. Esiste una natura di interscambio. Le persone che attraversano il Collettivo sono tantissime ed eterogenee…La sua natura è proprio questa. Mi piacerebbe diventasse un progetto che vive di vita propria, magari anch'io un futuro uscirò e rientrerò".

La performance Eye Was Ear è stata definita un rebus coreografico, tutto il progetto C/o è un rebus? C'è una soluzione unica? Può essere una soluzione personale? Ci sono moltissimi frammenti ed è impossibile partecipare a tutti! Insomma dove volete andare a parare?

"Nel progetto 'C/o' il tema è il gioco su spazi 'altri'. Per ogni lavoro il luogo è diverso e si risolve nell'indagine su QUEL luogo ma per l'indagine SUI luoghi è necessario vedere il tutto. Non è pensato per risolversi, bensì per chiedere a chi fa parte di questi frammenti di consapevolizzare la frammentazione di ciò a cui sta assistendo. E' un'esperienza frammentaria di cui non puoi contenere l'intero, i frammenti singoli risolvono al loro interno e il filo che li collega ti chiede o di seguirli o di sapere almeno che ne esistono altri. Ti pone in una posizione di proiezione e di spazio sospeso. Proietta l'impossibilità di afferrare, non ci sarà mai un momento di chiusura. Si risolve nel 'non risolversi'. Noi giochiamo sugli gli spazi 'altri'. Se ne può vedere una parte e ridefinirla a posteriori".

Vi è stato criticato che siete troppo criptici, che lo fate apposta per non farvi capire. Che ne pensi?

"C'è sempre una volontà enigmistica nel criptare o esporre alcune informazioni. Ma non lo facciamo per ostacolare l'accesso del pubblico ma per stimolare l'interazione. Diamo degli indizi che se non cogli non compromettono la fruizione del lavoro ma se li comprendi hai un livello in più di interscambio intellettivo. Credo che spettatore non debba subire passivamente. La performance ::D Monoscritture retiniche sull’oscenità dei denti, ad esempio, ti mette continuamente a disagio e ti chiede di essere complice di qualcosa che non andrebbe visto. Se uno spettatore è attivo si chiede il perché, se non lo è la potrebbe prendere come un offesa. Ma è uno spettacolo! Come fai a prenderla sul personale?".

Cosa significa quando dite che "create delle applicazioni per il teatro"? Sono un po' come le applicazioni di un sistema operativo di un computer?

"Nel nostro lavoro 'The uncertain scene – reformating the performative event' non crea alcun prodotto ma è un meccanismo da applicare ad un qualsiasi evento performativo, anche ad un'arte che non c'entra con il teatro, come una conferenza di un partito o un programma televisivo. E' difficile da promuovere perché di solito i teatri vogliono il prodotto teatrale più etichettabile. Mi piacerebbe che qualche pazzo coreografo utilizzi la nostra applicazione nel suo progetto. Ma dato che ciò comporta mettere in discussione l'autorialità di un proprio lavoro, è necessario essere in una linea compatibile con questa idea".

Infatti con "|x| No, non distruggeremo…" c'è una distruzione o un’ambiguazione dell'autorialità, giusto? Con *{Titolo Futuribile} quale spazio avete indagato?

"L'eterotopia in indagine è lo spazio interno ad una piega, l'interstizio, il FRA. In questo luogo-altro abbiamo individuato due fronti: uno meccanico estetico (come la piega degli origami o delle articolazioni. L'altro metateatrale: la piega e il suo contrario cioè la spiegazione diventano la metafora della performance. Ovvero la performance stessa si presenta come una piega, da spiegare. Un concetto di cui non puoi avere un accesso didascalico e informativo. La spiegazione è un tentativo di apertura della piega(in questo caso un foglio di carta), ma nell'aprirla la si compromette perché la si modifica o si finisce per generare altre pieghe".

Quindi chi è lo spiegatore?

"Non è definito. Può somigliare ad un critico, ad un narratore, all'amico che dà una propria interpretazione di un lavoro. Riportare senza dare un'interpretazione è impossibile. Perciò si tratta per l’autore, di tollerare collateralmente la soggettività altrui e per un qualsiasi piegatore di assumersi responsabilità autoriali".

Prima di intraprendere l'esperienza nel Collettivo hai lavorato con Sasha Waltz, so che hai danzato nel Neues Museum, rimasto chiuso dalla Seconda Guerra Mondiale fino a quel momento e fu un evento importante per la Germania. Com'è andata? Com'è Sasha?

"Ho fatto due produzioni entrambe che fanno parte di un suo progetto chiamato Dialoge. Sono performance pesate per architetture specifiche con tantissimi danzatori. La collaborazione è nata perché ho partecipato ad un workshop con lei, ma ero infortunata al ginocchio. In quei giorni Sasha teneva delle audizioni per il progetto del Neues Museum. Dopo varie selezioni sono stata scelta! E' stata la mia prima esperienza come interprete di un'idea altrui. Si lavora in maniera abbastanza autonoma, con un confronto periodico con Sasha, che cura il materiale che viene proposto e lì orchestrazione del tutto. Da un lato è difficile poiché vista la dimensione della compagnia, è impossibile riuscire ad avere un contatto profondo e ravvicinato con la coreografa e il suo pensiero, ma sono stata contenta stimolata nel pormi delle domande riguardo il Collettivo: Mi è servito a capire come fare a rapportarmi con i performer. Il rapporto tra i performer del collettivo è più stretto, ci tengo molto a che si lavori in una connessione umana e artistica".

E ora sei in un progetto presentato fin dall'inizio come decennale! E' progetto folle! Come potevi prevedere i dieci anni successivi della tua vita?

"Quando ho partecipato al premio Giovani Danz’Autori nel 2007 ho presentato questo progetto decennale e non sapevo esattamente cosa sarebbe accaduto...era una sorta di sfida. Ora ne sono già passati la metà e il tutto continua. Mi dà molta soddisfazione, anche se mi prende tutte le energie, l'appagamento è meraviglioso".

Un critica che vi viene mossa è che vi avvalete di performer che non hanno una formazione accademica.

"E' una critica più che obiettiva ma non è un problema. Il valore della fisicità dei performer sta nella loro specificità, non c'è nessuna volontà di fari assomigliare a dei danzatori".

Angelo nel suo primissimo spettacolo era nudo. E anche tu spesso sei a seno scoperto. Come vivi la nudità sul palco?

"Sul palco non funzionano le stesse regole della vita quotidiana. Sono una persona abbastanza pudica quando in borghese… La formalizzazione dello spettacolo, la preparazione legata al rapporto con la corporeità e le motivazioni artistiche rendono quella nudità più facilmente vestibile. Non mi ha imbarazzata. Durante situazioni meno formali, prove aperte ad esempio, è paradossalmente più difficile!".

Essere coreografa comporta dirigere e riunire le energie degli altri membri. Come ci riesci?

"Tutti hanno un pezzettino in comune con ciascuno degli altri tre come in una strada combinata. Il resto è totalmente in altri mondi e ciò è prezioso. Riusciamo a convivere in maniera pacifica e costruttiva. Angelo ha una pacatezza costante, Nicola invece vive in un mondo eccitato e talvolta frenato, Andrea è l'irrazionalità totale. E’ un lavoro riuscire già a capirsi".

Domanda di rito: quali sono i coreografi e danzatori che ti ispirano?
"Forsythe William, quando ho visto il suo primo lavoro sentivo la necessità di muovermi, sembrava che mi avessero fatto una flebo di adrenalina, dovevo muovermi anch'io! Ma anche Jérôme Bel coreografo concettuale francese e Virgilio Sieni".

Una costellazione di progetti quindi, ma non vi preoccupate lettori impazienti, l’importante è capire cercando di usare la modalità di fruizione adatta. A volte non si capisce perché non ci si riconosce in uno schema familiare. Nel momento in cui si apprende, non è solo l’oggetto della conoscenza che muta ma anche noi stessi. Non è forse vero che il cielo sembra inizialmente un ammasso lucine luminose ma pian piano come nelle prime pagine della Settimana Enigmistica, si possono collegare i puntini numerati per realizzare una figura? Magari aggiungendo qualche punto in più la figura intera muta.. Vi invito ad aggiungere anche questo nuovo “puntino” allora, lo potete mettere tra il numero quindici e il venti, come l’età dei ragazzi che vi hanno partecipato. Si tratta del progetto age (con cui il Collettivo vince il Bando Progetto Speciale Performance 2012 “Ripensando Cage”, in occasione del centenario dalla nascita di John Cage)! Buona fruizione!