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Intervista a Francesca Pennini


di:
Giuseppe Distefano

da:
"Danza&Danza", rubrica "Orizzonti. Nuovi autori e nuovi linguaggi"
num.240, Dicembre 2011, pp.8


Danza e teatro. Arte visiva e performance. Si può trovare tutto l’immaginario contemporaneo di questi linguaggi della pratica scenica negli “eventi” di Collettivo Cinetico. Non catalogabile al solo ambito della danza contemporanea, la compagnia guidata dalla giovanissima Francesca Pennini è tra le realtà più interessanti della scena italiana. Pochissimi anni di vita e già vanta un consistente curriculum tra performance, pièce, body installation, site-specific, workshop.

Eppure, Francesca, la sua formazione è classica. Come nasce questa commistione di generi?
Fin da piccola, per una mia ostinata richiesta, ho studiato danza. Ho proseguito per tentativi passando dalla ginnastica ritmica alla disco dance e alle arti marziali per poi approdare alla danza contemporanea al Balletto di Toscana e al Laban di Londra senza però concludere nessun percorso... ho abbandonato più o meno tutto quello che ho iniziato.

Perché non trovava quello che cercava?
Andavo avanti per tentativi, raccogliendo degli stimoli da ogni esperienza. Il mio interesse però è stato sempre stato rivolto verso il creare, e ho iniziato praticamente quando, tornata dal Laban, ho avuto un incidente grave ad un ginocchio.

Quindi la sua fantasia era stimolata verso la creazione…
Conservo decine di book di coreografie già dalle elementari. Era un’ossessione. Però volevo avere alla base una formazione da danzatrice. L’infortunio, che mi ha tenuta ferma per quasi due anni, mi ha permesso di concentrare l’attenzione su me stessa lavorando sul movimento con questo limite, leggendo ed elaborando a livello teorico moltissimo materiale.

Il primo lavoro è nato nella sua città all’interno di un progetto che rientrava nell’anno degli Estensi, con un’orchestra di musica rinascimentale e sei danzatori. Li è nato Collettivo Cinetico, il cui nome è già indicativo di un tipo di lavoro...
È nato in maniera estemporanea. La struttura in realtà non era quella di un collettivo, anche se era nei miei desideri crearlo.. Al tempo mi spostavo continuamente in Europa collaborando di volta in volta con persone diverse. “Cinetico” a tutti gli effetti.

Di cosa si nutre per le sue creazioni?
Generalmente da saggi di filosofia contemporanea. La ricerca teatrale è stata, finora, legata all’indagine di concetti che mi interessavano, e alla costruzione delle connessioni tra essi.

Queste letture le stimolano delle idee?
Credo sia un interesse quasi di traslazione, cioè non di fare un lavoro coreografico su un concetto, ma di renderlo evidente tramite i parametri della scena. Quello principale con cui ho iniziato è l’idea di Eterotopia (termine coniato dal filosofo Michel Foucault, ndr) cioè di spazi altri che non sono utopici poiché esistono concretamente, ma che, in qualche modo, hanno una forma di esistenza differente. Questa riflessione ha generato un lavoro decennale per una volontà di frammentazione degli eventi performativi nel tempo (progetto C/o, ndr).

Molti dei suoi lavori hanno questo carattere performativo in un contesto urbano, architettonico...
Sì, in quanto attenzione al contesto. Anche quando si svolgono a teatro sono site-specific, non lo interpreto come un luogo neutro distaccato dalla realtà: ha dei parametri che lo regolamentano quanto una strada, un’abitazione, un negozio.

In XD scritture retiniche sull’oscenità dei denti c’è la dimensione pop, fumettistica. Si potrebbe definire una danza vignettistica?
Era pensata così. Infatti è stata composta prima graficamente e dai disegni è stata trasposta ai corpi.

La sua creazione nasce da un lavoro con gli altri componenti, dove anche loro sono autori?
All’inizio, anche per esigenze logistiche c’era una collaborazione alla messa in scena, ma non all’ideazione. Dopo il premio Gd’A nel 2008, è continuato il rapporto di collaborazione e di scambio reciproco con il Teatro Comunale di Ferrara che ci ha supportato con lo spazio delle sale prove e per il quale stiamo portando avanti dei laboratori nelle scuole superiori. Questo ha permesso di gettare radici più stabili dal 2010. Con Andrea Amaducci, Nicola Galli, Angelo Pedroni, si condivide il processo creativo e la fase di elaborazione.

Francesca, dell’esperienza con Sasha Waltz ci sarebbe da parlare molto. Due parole?
È stato interessante vedere il meccanismo di una realtà, di una compagnia, completamente differente da quella che possiamo vivere noi. Ai danzatori viene dato un grosso margine, da parte di Sasha, per lavorare su delle indicazioni che poi vengono vagliate periodicamente da lei. Mi sono accorta in queste fasi della mia estrema difficoltà ad essere performer e di quanto tendo a cadere in un “cortocircuito autistico” interrogandomi sul cosa desideri il coreografo.

Ho assistito a reazioni del pubblico molto differenti, anche di perplessità, soprattutto da parte di chi dai vostri spettacoli si aspetta di vedere soprattutto la danza. Tiene conto della reazione del pubblico?
No. Certo, lo spettatore è pensato, e c’è una continua immaginazione di che cosa può essere fruito. Però non c’è nessuna volontà di compiacerlo perché altrimenti perdono entrambi, sia lo spettatore che il lavoro. Quindi al di fuori di questa volontà di compiacimento penso che la scelta più sensata sia di essere lì e di farlo comunque con tutta la volontà di apertura.

Cioè devi rispondere a quella che è la sua ispirazione…
Sì. In *{Titolo futuribile} (una performance con in scena solo un cantante lirico) ad esempio la richiesta sul movimento era di un certo tipo, non si è pensato se c’era abbastanza danza o meno. Poi il mio filtro tende a pensare, a leggere i corpi, e questo per me è dentro il parametro di danza, allo spazio, al tempo, ai corpi anche dei materiali in termini di movimento.


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